2003

7 ATTI UNICI   di Luigi Pirandello
(Teatro Agorà, Roma – 13 – 30 marzo)

IL GIUOCO DELLE PARTI – ENRICO IV  di Luigi Pirandello
(Pirandelliana, Roma – Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 10 luglio – 3 agosto)


 


 

L’IMBECILLE

Luca Fazio
Leopolodo Paroni
Il Commesso Viaggiatore
Rosa Lavecchia
Primo Redattore
Secondo Redattore
Terzo Redattore
Quarto Redattore
Quinto Redattore

Valerio MORIGI
Umberto QUADRAROLI
Simone MARIANI
Michela SCROCCA
Veronica ATTANASIO
Brutius SELBY
Marco VINCENZETTI
Daniela VANCHERI
Simone MARIANI

L’imbecille è un testo di grave meditazione sul significato dell’esistenza degli uomini “diversi”, catalizzatori del vero significato della vita. Nell’atto unico la “diversità” è imposta dalla condizione fisica, dall’essere condannati da una malattia a una fine precoce. L’abilissimo giuoco teatrale non è soltanto uno scontro dialettico. II cupo dolore e la disperata solitudine del protagonista diventano un silenzio pesante che oltrepassa le luci della ribalta. E certe volte ci vuole coraggio per accettare l’eterna risoluzione, per fare una cosa un tantino più difficile, perché la vita si appiccica addosso ed è duro staccarsene.


 

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA

L’uomo dal fiore in bocca
Un pacifico avventore

Marcello AMICI
Umberto QUADRAROLI

L’uomo dal fiore in bocca stimola costantemente l’immaginazione dello spettatore a dare voci, gesti e volti. Il disegno esterno è una conversazione a due nella notte. La collocazione è una immagine della provvisorietà: due uomini siedono allo stesso tavolo sulla strada, uno deve prendere il treno. Mentre parlano viene in mente: “siamo tutti di passaggio, caro signore” (L’imbecille) o, “la vita si può paragonare ad un sentiero esteso che porta al cimitero” (All’uscita) e l’unica luce proviene da un lampione. C’è poco tempo per parlare, si sta dentro un piccolo alone; una replica del “lanternino” di Mattia Pascal, e attraverso quella luce si crede di poter vedere. La vita è un breve momento di illuminazione, tutto il resto è buio.


 

LA MORSA

Andrea Fabbri
La signora GIULIA
L’avvocato Antonio Serra
Anna, domestica

Marcello AMICI
Daniela VANCHERI
Marco VINCENZETTI
Maria MONTANARO

La morsa. Pubblicato il 20 marzo 1898 con il titolo “L’epilogo”, poi ribattezzato “La morsa”, questo atto unico, il primo testo per il teatro di Pirandello, contiene già quegli elementi nuovi che lo distinguono dal dramma borghese. L’ambiente e la tipica situazione a tre rimangono sullo sfondo, lontani e sfuocati, mentre in primo piano i personaggi, ben delineati nella loro particolarità, assumono rilievo non attraverso gli avvenimenti, ma unicamente attraverso la drammaticità del dialogo. L’Autore riduce così all’essenziale, in una luce di crudeltà senza alternative, lo schema del “triangolo” borghese. È il primo passo della riforma del teatro che già pervade l’Europa.


 

LA GIARA

Don Lolò Zirafa
Zì Dima Licasi
L’avvocato Scimè
‘Mpari Pè
Tararà, contadino abbacchiatore
Fillicò, contadino abbacchiatore
La ‘gna Tana, raccoglitrice di olive
Trisuzza, raccoglitrice di olive
Carminella, raccoglitrice di olive
Un mulattiere
Nociarella, giovane contadina

Marco VINCENZETTI
Umberto QUADRAROLI
Marcello AMICI
Alan BIANCHI
Simone MARIANI
Brutius SELBY
Michela SCROCCA
Veronica ATTANASIO
Daniela VANCHERI
Valerio MORIGI
Maria MONTANARO

La giara è l’addio a una Sicilia estiva intrisa di colore e di folclore. È una commedia di sole, di canti e di risate. L’ultimo tuffo dello Scrittore in una sorta di eden, ampiamente idealizzato, quasi arcadico, prima di iniziare l’e-splorazione delle ossessioni che travagliano la coscienza. Le movenze sono quelle della farsa e farseschi sono i due personaggi principali. Il pretesto drammatico è singolarmente esile.
Don Lolò ha comprato una giara che misteriosamente viene trovata spaccata in due. Zì Dima ê il conciabrocche che nell’accomodarla vi rimane chiuso dentro, per uscire bisogna romperla di nuovo. Don Lolò sentenzia che Zi Dima dovrà ripagargli la giara. Zì Dima rifiuta. Don Lolò con un calcio manda in frantumi la giara e Zì Dima, illeso, riacquista la libertà.


 

BELLAVITA

Bellavita, dolciere
Il notaio Denora
L’avvocato Contento
La signora Contento, sua moglie
Lo scrivano dello studio
Il signor Giorgino

Brutius SELBY
Alan BIANCHI
Umberto QUADRAROLI
Veronica ATTANASIO
Maria MONTANARO
Simone MARIANI

Bellavita è un personaggio “posseduto”, perché serrato nella trappola della propria immagine sociale. Mette subito in scena la propria incapacità di capire come si sia stretta una morsa intorno a sé, come sia stato invertito e sbarrato l’itinerario della sua esistenza, fraintesa la realtà della propria coscienza e sperperati senza colpa i propri progetti, le sue cose. Per rovescio, esibisce la propria ostinazione a rinserrarsi fino all’estremo nella falsa identità che gli si è incrostata addosso. Rifiuta di strapparsi la maschera, se la cala, invece, di più sul viso, ci vive dentro come un paguro separando definitivamente coscienza e gesti, vita interiore e vita esteriore.


 

LA PATENTE

Rosario Chiarchiaro
Rosinella, sua figlia
Il Giudice istruttore D’Andrea
Marranca, usciere
1° Giudice
2° Giudice
3° Giudice

Marcello AMICI
Daniela VANCHERI
Marco VINCENZETTI
Umberto QUADRAROLI
Veronica ATTANASIO
Alan BIANCHI
Simone MARIANI

La patente. È l’incontro di due “diversi” che vivono in solitudine. Il senso dell’atto unico è nascosto nel suo sottofondo grottesco dove ciascuno potrebbe vivere una sua originalissima forma di libertà recuperando ciò che di irriducibilmente vitale esiste in ogni vita. In realtà, il magistrato vede che il poveraccio, esacerbato contro la società, ha osato quello che lui, protetto ma al tempo stesso imprigionato dal proprio ruolo, non ha ardito che pensare nel segreto delle sue meditazioni notturne. La sofferenza ha conferito una certa paradossale grandezza al poveraccio, rendendolo capace di accettare fino in fondo il proprio stato di “diverso”. C’è fra i due apparenti antagonisti un moto quasi impercettibile, una momentanea intimità, quasi una identificazione.


 

ALL’USCITA

Uomo grasso
Filosofo
Donna uccisa
Bambino dalla melagrana
Contadino
Contadina
Bambina

Marco VINCENZETTI
Marcello AMICI
Michela SCROCCA

Valerio MORIGI
Daniela VANCHERI

La patente. È l’incontro di due “diversi” che vivono in solitudine. Il senso dell’atto unico è nascosto nel suo sottofondo grottesco dove ciascuno potrebbe vivere una sua originalissima forma di libertà recuperando ciò che di irriducibilmente vitale esiste in ogni vita. In realtà, il magistrato vede che il poveraccio, esacerbato contro la società, ha osato quello che lui, protetto ma al tempo stesso imprigionato dal proprio ruolo, non ha ardito che pensare nel segreto delle sue meditazioni notturne. La sofferenza ha conferito una certa paradossale grandezza al poveraccio, rendendolo capace di accettare fino in fondo il proprio stato di “diverso”. C’è fra i due apparenti antagonisti un moto quasi impercettibile, una momentanea intimità, quasi una identificazione.


 

Dalle NOTE DI REGIA

L’imbecilleLa morte addossoLa pauraLa giaraL’ombra del rimorsoLa patente sono le novelle da cui nascono sei dei sette atti unici in scena al Teatro Agorà di Roma. L’ultimo atto unico, All’uscita, anch’esso destinato in origine alla narrativa, può considerarsi, invece, l’atto di nascita ufficiale del teatro pirandelliano. Sette messinscena, quindi, tra narrativa e teatro dove si racconta la storia di popolani e di piccoli borghesi che vorrebbero vendicarsi di esistere in modo gramo e per questo cercano inquietanti strade di evasione e di rivalsa, quasi a difendersi dalla vita che fa male a tutti, inevitabilmente. L’immagine ritratta nelle novelle si concentra in oggetto, in comportamento. I protagonisti sono dei diversi che nel passaggio dalla novella al teatro diventano vita in atto. Altrove l’Autore auspica che il teatro con la sua maschera nuda possa restituire al personaggio i suoi caratteri essenziali.

Dagli appunti del regista: “Con i sette atti unici e con delle monadi pirandelliane vorrei concludere una mia tesi: l’universo pirandelliano è lo spazio dell’istrione. Le sghembe poesie, i romanzi, le novelle, le commedie che lo popolano, sono aspetti di una contraffazione istrionica, alterazione di una voce umana nel tentativo disperato di sottrarre la vita alla pena di una forma: la pena d’esser così e di non poter più essere altrimenti. Per evitare lo scacco, per ingannare la morte, l’istrione adopera tutte le sue risorse: esaspera il giuoco, come Zì Dima segregatosi nella giara come in un involucro difensivo, quasi una pattumiera beckettiana, come Luca Fazio nell’Imbecille, come Bellavita, ombra del rimorso; irrigidisce la maschera con cui gli altri lo coprono, come il tetro Rosario Chiarchiaro nella “Patente”; esibisce la sua stessa sofferenza, come “L’uomo dal fiore in bocca”, nel vano tentativo di mutare in disgusto il gusto ineliminabile della vita. La dissimulazione pirandelliana è collocata ovunque, come “All’uscita”, tra apparenze di vivi e di morti, o come nella “Morsa”, nel significato delle parole che fa nascere un nuovo teatro, attento a quello che sta succedendo a Vienna, in Bergasse 19“.


 

Disegno luci e Aiuto regia: Emanuele Cicconi – Scene: Marcello de lu Vrau
Costumi: Natalia Adriani – Amministrazione: Marco Salietti e Rosemarie Della Scala
Organizzazione: Paola Amid e Mauro Ciuco – Assistenti alla regia: Carlo Bari e Michela Scrocca
Coreografie: Veronica Attanasio

La giara è opera di Carlo Bari

Musiche originali di Marco Baldasseroni e Giorgio Lùpica

Direzione artistica di Natalia Adriani