LA BOTTEGA DELLE MASCHERE


  Il martedì, giovedì e sabato:  

TUTTO PER BENE

Martino Lori ha sempre ignorato il tradimento della moglie morta, ormai, da sedici anni e ignora di non essere il padre di Palma. Tutti, intorno a lui, hanno sempre pensato il contrario: Martino, dicono, ha accettato di rappresentare la commedia per sfruttare la situazione. L’uomo apprende dell’infedeltà della moglie proprio dalla figlia o meglio, da colei che fino a quel momento egli ha creduto sua figlia. Esplode in Martino un’ansia di ribellione e vendetta, il suo sdegno chiede in qualche modo giustizia: ma chi potrebbe credere alla sua angoscia per un’offesa recatagli tanti anni prima? Non si vendicherà, tutto si accomoderà, tutto si concluderà nel migliore e più beffardo dei modi: continuerà a comportarsi, stavolta veramente consapevole, come prima. Tutto per bene!


 

  Il mercoledì, venerdì e domenica:  

ATTI UNICI

Primo Atto

L’ALTRO FIGLIO

Protagonista è una donna anziana e ridotta in miseria, Maragrazia, con due figliacci lontani da anni che non danno più notizie di loro. Ad ogni partenza degli emigranti da Fàrnia, la donna diventa l’interprete di un rituale grottesco, la stesura di una lettera da consegnare ai suoi figli, a Rosario di Santa Fè. Nel lamento della vecchia madre c’è dissonanza con la sua personalità forte e complessa; in giro, non c’è pietà per la sua desolazione. Nel paese vive un altro figlio che vorrebbe prendersi cura di lei, ma la donna non l’ha mai voluto considerare come suo. Quel figlio è il frutto di uno stupro subito da un brigante che le uccise il marito. La donna medeica sa che quest’altro figlio non voluto meriterebbe almeno lo stesso affetto che lei riserva agli ingrati figli lontani, ma dice che non appena lo vede diventa tutt’un fremito. È tal quale suo padre, finanche nella voce, dice Maragrazia, non sono io! È il sangue che si ribella!

MALE DI LUNA

È la storia di un poveretto, Batà, affetto da licantropia. Sidora, la giovane moglie ignara della malattia, rimane atterrita dalla prima crisi a cui assiste in una notte di luna piena. Corre sconvolta dalla madre che, per convincerla a ritornare dal marito, le promette, d’accordo con lui, di starle vicino in tutte le notti di luna piena, assieme al giovine cugino Saro, di cui Sidora è ancora innamorata. In tal modo le fa intravedere la possibilità di una avventura d’amore, alle spalle del marito.
Anche Saro acconsente, ma nella prima notte di luna piena in cui avviene la spaventosa trasformazione, di fronte alla terribile sofferenza di Batà, Saro rifiuta sdegnato di prestarsi al gioco.
La novella si conclude con una risata di scherno attribuita alla luna, figura sempre presente nei momenti culminanti dell’azione narrativa e che alla fine pareva ridesse beata e dispettosa della mancata vendetta della moglie.

Secondo Atto

NOTTE

– Noli, non cantate più?
– Io… cantare?
– Ma sì, voi cantavate, un tempo, nelle belle notti… Non vi ricordate più, a Matera? Cantavate…
Era dunque vero ch’egli se l’era portata via con sé, la vita, dalla casa paterna di Torino; ancora laggiù l’aveva con sé, certo, se cantava… accanto a questa povera piccola amica, a cui forse aveva fatto un po’ di corte, in quei giorni lontani, oh così, per simpatia, senza malizia… per bisogno di sentirsi accanto il tepore d’un po’ d’affetto, la tenerezza blanda d’una donna amica.
– Vi ricordate, Noli?
Tacquero, guardando entrambi nella notte. La fresca, placida tenebra, trapunta da tante stelle, sul mare, avvolgeva il loro cordoglio.
Si racconciò con le mani i capelli su la fronte e disse, sorridendo, al Noli:
– Chi sa che faccia avrò, caro amico, non è vero?
Nel più profondo recesso della loro anima il ricordo di quella notte s’era chiuso; forse, chi sa! per riaffacciarsi poi, qualche volta, nella lontana memoria, con tutto quel mare placido, nero, con tutte quelle stelle sfavillanti, come uno sprazzo d’arcana poesia e di segreta amarezza.

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA

Nella notte, un uomo parla con un passeggere che ha perduto il treno, del suo aggrapparsi alla fantasia, come un rampicante attorno alle sbarre di una cancellata. Racconta come si confeziona un pacchetto, lo ha visto fare tante volte dai giovani commessi di negozio. Descrive le sale d’aspetto dei medici dove i clienti sono in attesa del loro consulto. Insorge contro la moglie che lo sta seguendo a distanza, nascondendosi dietro gli angoli delle case. All’improvviso, dice che gli è spuntato in bocca un fiore che ha un nome dolcissimo, più dolce di una caramella. Si chiama epitelioma… Pronunzi, sentirà che dolcezza: epitelioma… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi. Mentre si congeda chiede un piacere al passeggere: domattina, quando arriverà a destinazione… all’alba, può fare la strada a piedi, il primo cespuglietto d’erba su la proda, ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò… ma lo scelga bello grosso!

Fin qui è un palcoscenico di istrioni. Ognuno è arrivato e raccontato la stessa storia: la pena d’esser così e di non poter più essere altrimenti!
Laggiù, oltre il fondale, c’è l’uscita. La si raggiunge con un giro di valzer e in tasca una melagrana, l’obolo per Caronte. La consegna una ragazza.
La vita è un breve momento di illuminazione, tutto il resto è buio. L’unica luce proviene dall’alto, da certi lampioni oltre il celetto del teatro. C’è poco tempo per parlare, si sta dentro un piccolo alone. Una replica del lanternino di Mattia Pascal e, attraverso quella luce, si crede di vedere gli elementi razionali ed emozionali dell’umanità, la parzialità di tutte le verità, l’illusorio carattere dei valori in cui crediamo. Pare un dialogo con Leopardi cui Pirandello racconta la sua teoria sulla ragione.

ALL’USCITA

L’autore immagina l’incontro, all’uscita di un cimitero, di alcuni morti che, lasciato nella tomba il loro ormai inutile corpo, prima di scomparire del tutto, ancora per un po’ consistono nell’apparenza che ebbero. A tenerli legati in qualche modo alla vita è un desiderio, un sentimento, la ricerca di una risposta.
Così l’uomo grasso aspetta la morte della moglie adultera, mentre il magro e capelluto filosofo aspetta di poter dare una risposta convincente ai suoi molti perché. La moglie adultera irrompe stravolta e scarmigliata: è stata uccisa dal suo amante, e ride, ride come una pazza. Nella risata stridula, nei gesti caricati, nei colori accesi c’è già una rappresentazione di gusto espressionistico. La donna si placa solo alla vista di un bimbo che mangia una melagrana e tramuta il suo riso doloroso in un pianto sommesso. Passano vicino al cimitero un contadino, una bimba, un asino, vivi certamente, ma non poi tanto diversi, nelle loro apparenze fallaci, dai morti. E il filosofo continua a interrogarsi e a ricercare una valida risposta all’enigma dell’esistenza; presumibilmente rimarrà sempre lì sul bordo del cimitero: Ho paura ch’io solo resterò sempre qua, seguitando a ragionare.