2008

ENRICO IV – IL GIUOCO DELLE PARTI di Luigi Pirandello
(Pirandelliana, Roma – Giardino della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 8 luglio – 10 agosto)

TEATRO DI NATALE
(Roma – Cripta della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 16 – 20 dicembre)


 


 

ENRICO IV

La regia ha ritrovato Pirandello, è uscita dalle abitudini, dalle pratiche pirandelliane, non ha interpretato la maschera e la persona, ma capito perché Enrico IV si piace in quella carnevalesca rappresentazione che dà a sé stesso e agli altri della sua imperialità. Non più quel raisonneur in punta di fioretto che con abilità istrionica si destreggiava sul filo teso della pazzia e della finzione, ma quell’istrione che dietro il sipario del suo travestimento offre ai suoi ospiti lo spettacolo un po’ compiaciuto del suo virtuosismo dialettico. Si vuole dimostrare che Pirandello con il mascherato ha ritratto la metafora del teatro, non tanto il teatro nel teatro (anche se la regia vi accede, ma per altri motivi), quanto la verifica del luogo teatrale come punto simbolicamente privilegiato per la vestizione di una maschera fissa, ma non rigida. Il teatro rimanda alla vita, la vita rimanda al teatro e la vita per il grande Mascherato è stata sogno, forse. Certamente, ora, è teatro. Il più tragico personaggio di Pirandello gioca la propria parabola in una carnevalata fittizia e claustrale, la sua esistenza si risolve e si dissipa, deliberatamente, in azione scenica. La scena è il recinto della pazzia-diversità. Fin dalle prime battute della commedia tutti si fanno trovare in punti precisi, come personaggi di un coro greco, perché la regia conosce bene i tempi, il battere e levare dell’uomo del Caos. Per dimostrarlo ha trovato facilmente un prologo all’interno del dramma stesso. Il luogo del dramma esistenziale toccherà l’equazione maschera-finzione-teatro quando i quattro finti consiglieri nei costumi forniti da sartorie teatrali competenti, monteranno la scena dove si svolgeranno e si incroceranno due vicende: quella immaginaria, voluta dal mascherato, e quella borghese.

Ma proprio mentre la vita irrompe, imprevista, sulla scena, la forma, la storia insomma, si riprende tutti i suoi diritti. Viene suggerito un richiamo alla tematica del teatro nel teatro, ma è un rapporto ben diverso da quello che sorregge la famosa trilogia pirandelliana. Là il teatro nel teatro è chiaramente esposto in termini concreti, qui, nell’Enrico IV, circola sotterraneo, seppure evidente, attraverso mille riferimenti. E la risata? Quella firma autografa di Pirandello, falsa e vera, liberatrice ed amara, spontanea e provocatoria. E il finale? In quel per forza, non c’è dubbio, si riascolta: io sono colei che mi si crede. Ecco perché la scena, la recitazione, la ricomposizione del testo, le musiche, tutto diventa spia di una precisa lettura registica dove il confine tra personaggio-uomo e personaggio-attore si rarefà sino a divenire inafferrabile. Il pazzo Enrico IV c’è, ma è un pazzo-attore, due ruoli che socialmente sono uno solo, come non a caso insegna Michel Foucault nella Storia della follia, e tanti drammi di Shakespeare stanno lì a testimoniarlo. La regia ha geometrizzato la follia del testo pirandelliano, ha tracciato una linea di confine dalle pareti alte sottili in cui si può entrare, ma non uscire. Quando i cosiddetti saggi tenteranno di scombinare gli equilibri, la cittadella si rinchiuderà (e questa volta per forza) nel regno dell’immaginazione perpetua. E mentre prendono corpo la finzione e la realtà, tutto il palcoscenico si eleva all’altezza e all’ampiezza di un tempio, di una reggia, di una giostra, perché l’immaginazione non sa vivere in miseria, ha bisogno di territori sterminati.

Enrico IV è l’altro versante del quotidiano. Nella zona della norma, ovvero delle opinioni correnti, ci sono i personaggi reali dai contorni taglienti e marcati, mentre nella zona oscura sempre con la luna tutto incomincia a farsi di sogno sulla terra. E’ l’aspirazione a mettersi in salvo nei ruoli intimati dal mondo dell’immaginazione e della poesia. Enrico è un poeta malinconico avvolto in un mantello di solitudine, è un Amleto che discetta sulla condizione umana di cui è vittima e trionfatore, indossa e si fa carico del travestimento per la vita. E’ l’attore che assume su di sé la funzione della follia per scrollare le certezze che ancorano l’esistenza. È lo scrittore che si rinchiude definitivamente nella sua arte.


 

IL GIUOCO DELLE PARTI

ll giuoco delle parti, commedia limite in ogni senso, delle commedie di Pirandello è la più meccanica e crudele, perché la più nitida e coerente, la meno persuasiva e la più sincera.
La regia si è collocata tra i personaggi e il dramma che urge in loro, ne ha esposto il delirante narcisismo logico, ha scomposto volumi e colori, ha risolto il giuoco tra le maglie di un cubismo e la suggestione delle gelide geometrie di un teorema, ha giustificato la lucidità implacabile dei contenuti con una scenografia futurista. La commedia non è stata datata, né ricostruita un’epoca precisa, anche se i costumi scelti sono l’espressione di anni precisi, ma, per mezzo di una dialettica eccitante, sono stati rinnovati nitidezza filologica e rilievo scenico, non solo per tergere l’anacronismo degli episodi della commedia – assunti quali termini, motori e pretesti di una insolita verità dell’assurdo – ma anche per filtrare i personaggi tra le spire di una sottile e stilizzata ironia, senza mai attingere ai colori della tragedia.
Del più violento paradigma teatrale che sia mai stato ideato sul tipico triangolo borghese, apparentemente legato ad un episodio di costume com’è il duello, non sono sfuggite né la molla che scatena il dramma, né quella sorda, repressa, esistenziale passione. I personaggi, come marionette incomunicabili, monadi leibniziane che non raggiungono la perfezione del giuoco, solo nel finale lasciano tracce di una realtà setacciata da una demiurgica sapienza. Tempi, luci, musiche, scenografia mostrano senza forzature prospettiche il luogo metafisico che si apre all’inizio con un raggio di luna, per dilatarsi poi nella stanza, assunta come metaforica spirale dalle pareti alte, levigate, impenetrabili, luogo emblematico e focale di tutto il teatro pirandelliano.
Bianco e nero! Silia ha la statura di una Medea, non un’altra donna l’ha messa in scacco, ma il lucido ragionare del marito. Impreciso e cupo il suo mondo dalle inquietudini floreali. Una creatura incapace di consistere, disancorata, che sembra avere le malinconie di certe donne di Klimt e una sgomenta sensualità. Un marchesino e tre signori ubriachi che non entrano in scena sono voci di dentro come ansie oniriche.
Bianco e freddo, elegante e luciferino, logico e viola il mondo di Leone Gala che risolve di testa tutti i problemi e frantuma l’involucro del realismo per giungere al pernio della realtà. La regia ha percorso la stessa strada e vi ha trovato un piccolo borghese tutto murato dentro la propria maschera che non ha potuto affrancarsi dalla sofferenza di vedersi escluso. La storia non si conclude nell’aver capito il giuoco, ma dentro la voragine dell’astrazione, il rovello della ragione e l’ansia della verità. L’ostentato futurismo della scena, espressione visiva di tragicità pura, antitesi tra mondo interno e mondo esteriore, tragico conflitto tra la vita come movimento e la realtà dagli schemi immutabili, insinua il sottile veleno del paradosso. Il contrasto tra Silia e Leone ha la dimensione di una inconciliabile contrapposizione tra la vita e la rappresentazione analitica di essa. E’ un’algebra per conoscitori del teatro nel teatro e, nel dipanare la vicenda, la regia non ha mai dimenticato che Pirandello è l’autore del più acuto saggio su l’umorismo!
Non si è tentato di occultare quanto di meccanico, di volutamente finto c’è nel testo rigidamente orientato verso la tesi. L’ingranaggio della commedia viene esposto in tutta la sua evidenza metaforica, l’asciutto contenitore mentale è reso visibile con effetti di magico realismo che oscilla tra Kafka e Buñel.
Non si è distrutta la forma, ma scoperta una seconda realtà, un espressionismo di cui si parla solo per negazioni: una musica lontana, una luce come una fessura da uno strappo nel cielo di carta sulla maschera della luna e, nel finale, un pizzico di viola ritagliato nelle ultime note di una improbabile Cavalleria.


 

Gli attori:
Carlo Bari, Riccardo Laurina, Andrea Volpetti, Tommaso Carratelli, Giampaolo Filauro, Antonella Alfieri, Marcello Amici, Anna Varlese, Umberto Quadraroli, Gianluca Blumetti, Micol Pavoncello, Marco Vincenzetti, Pamela Del Grosso.

Scene: Marcello de Lu Vrau – Costumi: Natalia Adriani – Disegno luci e fonica: Gino Govi
Direttore tecnico: Luigi Burelli – Direttore di sala: Cristina Cubeddu – Direttore di scena: Marco Vincenzetti
Assistenti alla regia: Carlo Bari, Micol Pavoncello – Amministrazione: Marco Salietti e Rosemarie Della Scala
Foto: Enzo Maniccia, Luigi Catalano, Giuliano Venturini – Staff tecnico: Antonio Stabile, Giulio Venturini
Consulente alle musiche: Eugenio Lauri – Organizzazione: Mauro Ciuco e Paola Amici

Direzione artistica: Natalia Adriani

Ufficio Stampa: Valeria Buffoni

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