2001

COSÌ È (SE VI PARE)  di Luigi Pirandello
(Teatro Agorà di Roma, 8 marzo – 1 aprile)

IL FU MATTIA PASCAL – COSI’ E’ (SE VI PARE)   di Luigi Pirandello
(Pirandelliana, Roma – Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 19 – 29 luglio)


 

Estate Romana 2001

COMUNE DI ROMA
Assessorato alle Politiche Culturali
Dipartimento Cultura Sport e Toponomastica

Associazione Culturale
LA BOTTEGA DELLE MASCHERE
diretta da Marcello Amici

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Cortile della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino
Roma – Piazza Sant’Alessio, 23

Orario: 21.15 – Ingresso £. 20.000

dal 12 al 29 luglio

PIRANDELLIANA 2001

nei giorni 12, 14, 17, 19, 21, 24, 26, 28 luglio
COSÌ È (SE VI PARE)

nei giorni 13, 15, 18, 20, 22, 25, 27, 29 luglio
IL FU MATTIA PASCAL
adattamento di Tullio Kezich

di Luigi Pirandello

Regia Marcello Amici

Musiche di Gioacchino Rossini e Astor Piazzolla


 

COSÌ È (SE VI PARE)

… Voi, non io, avete bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! lo non so che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, in cui non posso figurarmi di entrare, se non per quel tanto che essi me ne dicono E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. E non già perché codesti dati di fatto, che andate cercando, siano stati annullati – dispersi o distrutti – da un accidente qualsiasi – un incendio, un terremoto – no; ma perche li hanno annullati essi in sé, nell’animo loro, creando lei a lui, o lui a lei, un fantasma che ha la stessa consistenza della realtà, dove essi vivono ormai in perfetto accordo, pacificati. E non potrà essere distrutta, questa loro realtà, da nessun documento, perche essi ci respirano dentro, la vedono la sentono, la toccano! – Al più per voi potrebbe servire il documento, per levarvi voi una sciocca curiosità. Vi manca, ed eccovi dannati al meraviglioso supplizio d’aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la realtà, e di non poter distinguere l’uno dall’altra!
(Laudisi: Atto secondo)

La parabola

«Parabola» – l’unica che mi sia veramente cara ebbe a dichiarare un giorno Pirandello – fu definita dall’Autore la vicenda drammatica che egli trasse dalla sua novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, proprio per l’insegnamento morale che suggerisce: la storia dell’una (la signora Frola), che dice viva la propria figlia creduta morta dal genero e a lui ridata in moglie, ma come fosse un’altra donna, è altrettanto vera quanto la storia dell’altro (il signor Ponza) che afferma sia pazza la suocera, la quale ritiene viva la figlia, mentre è morta da quattro anni.
La scena è un salotto provinciale brulicante di impiegati di prefettura conformisti e di meschine signore benpensanti che si muovono come pupazzi, si dilaniano in una innaturale ricerca della verità.
Si fanno ricerche, ma Pirandello ha cancellato documenti e testimoni. Non esistono né il certificato di morte della figlia della signora Frola, né tantomeno quello di un secondo matrimonio del signor Ponza. La situazione potrebbe essere chiarita solo dalla diretta interessata, la signora Ponza, che rende la situazione ancora più complicata dichiarando di essere sia la moglie del signor Ponza che la figlia della signora Frola.
– Ah, no, per sé, lei, signora: sarà l’una o l’altra!
– Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede.

Note di regia

Ma insomma, ve lo figurate? C’e da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due. Sono, vi giuro, seriamente costernato dall’angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m’importa della Signora Frola e del Signor Ponza, suo genero. E certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere così, sotto quest’incubo, un’intera cittadinanza, vi par poco? Togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa più distinguere tra fantasma e realtà. Un’angoscia, un perpetuo sgomento. (dalla novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero)
– E’ mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle – Comincia cosi la novella di Pirandello La tragedia d’un personaggio, e da qui incomincia la regia. Supporre e credere che i patti tra i personaggi del Così è (se vi pare) – quella “domenica mattina” – siano stati diversi da quelli ritenuti per ottantaquattro anni, per cosi scrollare di dosso alla commedia del 1917 tutti quegli strati di maniera e di eleganti sofisticazioni che le innumerevoli messinscena sono riuscite ad applicarvi sopra.
La scena – Pirandello raccontò che l’idea della novella gli era venuta dall’immagine di un cortile, profondo e nero come un pozzo – qua e là qualche intonazione liberty, contro le pareti un pannello come la facciata di un palazzo e sul fondo il taglio di uno specchio contro il guscio di un uovo a suggerire un salotto perbene. Immesso un breve antefatto, si è separata ed evidenziata la parabola, pezzo per pezzo, come un sublime giocattolo, riproponendola tutta quanta dentro ogni particolare. La scena è una sorta di tabula rasa sulla quale s’imprimono, via via, concetti già saputi, avvenimenti già visti, recuperati al presente da un caso fortuito, ma già accaduti in epoche comuni all’intera specie. Vestiti grigi e neri – tutti uguali – per le signore e i signori, per un giuoco tra marionette futuriste e personaggi antichi di un coro greco, fedeli alleati con l’Autore. La verità impossibile sta in casa di un limbo che ospita peccati e peccatori, buoni e cattivi, fantasmi e uomini, attori e personaggi; essa e trasparente sul finale, illuminata in controluce. E’ un palcoscenico totale, un arsenale delle apparizioni in cui si dipanano i momenti intensi di un Novecento teatrale.
Non è gran filosofia affermare che siamo come gli altri ci vedono. Pirandello e geniale in ben altro, nell’amplificazione drammatica dei postulati, nella tensione poetica del sottotesto. La “parabola” è un capolavoro non per il dettato filosofico, ma per i fantasmi esistenziali che aduna. Chi non sia un semplice trascrittore, accetta il fascino del teatro e lo ripropone come interpretazione della vita, non guasta in nome di una verità volgare, di fatto prodigio di una realtà che nasce, evocata, attratta, formata dalla stessa scena. La regia riconduce tutto al palcoscenico, al vuoto senza protezione. Non sono state infittite ombre e fantasmi. E’ un coro di marionette che si abbatte sul silenzio delle vittime abili nel togliere ogni sostegno al giudizio, per modo che non si possa più) distinguere tra fantasma e realtà. E’ una partita a scacchi pari che punta sul ritmo. Anche la grande ambizione pirandelliana di far diventare assioma per pochi secondi un personaggio, è un atto di fede che sfugge, per la sua trasparenza, ai dati anagrafici. Il Cosi è (se vi pare) proclama la fiducia naturalistica in ciò che si vede, in un mondo certo a tre dimensioni. Oltre c’è il disordine, c’è il senso di un grave disastro: la sciagura, la disgrazia, gli abiti a lutto, la pazzia, un dolore impenetrabile. Quell’ordine respinge tutto. La regia ha fatto esplodere domande cattive, supposizioni, ipotesi, congetture e silenzi antichi; ha costruito un’inquisizione meccanica, collocando la coscienza, meglio il progetto dell’azione, in uno spazio elementare: e un “filosofo”, o un capocomico che rasserena il pubblico affondato nell’incapacità di capire, lo consola. E’ un supremo inquisitore che mette sotto scacco attori e spettatori senza abbattere la quarta parete.
II problema della solitudine umana, dell’incomunicabilità, della verità, quella da ciascuno di noi creduta in un dato momento e in determinate circostanze, la liquidazione del principio di identità, I’angoscia dell’essere sempre differenti da se stessi, trovano risoluzione nelle linee futuriste della scenografia, nei tanghi come musiche primordiali e nei costumi che contengono le curve dei gusci dell’uovo. In tutta la messinscena l’umorismo è uno strumento critico e un elemento aggregante attraverso il quale i misteri dell’anima e lo struggente teorema del testo si ricollegano per vie sotterranee alla tragedia greca e preannunciano le inquietanti suggestioni del dottor Freud.


 

IL FU MATTIA PASCAL

La storia

La vita, o si vive o si scrive, confidò Pirandello a Ugo Ojetti in una lettera del 1921. Ed a quanto fa Mattia Pascal, ormai avanti negli anni, in un racconto ironico in prima persona della sua bislacca avventura della vita. Lo fa nella penosa situazione socialmente anormale, assurda di morto-vivo.

Mattia Pascal e un modesto impiegato; è diventato un guardiano di libri nella biblioteca comunale di Miragno, un paesino della provincia ligure. Vive una vita grama e soffocata, rattristata dai continui litigi con la suocera Marianna Dondi (vedova Pescatore) e la moglie Romilda. Avvilito e sfiduciato, un giorno Mattia Pascal abbandona la famiglia con l’intenzione di imbarcarsi per l’America, cosi, alla ventura. E’ la ribellione di un vinto. Capita per caso a Montecarlo, gioca al casinò e vince una grossa somma: ottantaduemilalire! Leggendo un giornale apprende che al suo paese e stato trovato il cadavere di un uomo annegato in un fosso e si è creduto di riconoscere in quel povero corpo proprio lui, Mattia Pascal. Se gli altri lo hanno creduto morto, nulla gli vieta di considerarsi tale. Cambia il proprio nome in quello di Adriano Meis, si nasconde dietro un paio di occhiali azzurrini, viaggia, si trasferisce a Roma, si innamora di un’umile ragazza. La moltiplicazione delle verità, l’irrealizzabile libertà, amaramente, gli fanno capire, però, che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi, non è possibile vivere. Finge un suicidio per rompere anche con quella vita trascorsa nella finzione. Torna a Miragno e s’ accorge che tutti, nella certezza della sua scomparsa, hanno continuato a vivere; la moglie, addirittura, si è risposata e ha avuto una figlia dal secondo marito. Mattia Pascal è un escluso, deve restare ombra di se stesso. È stato condannato a una terribile pena: quella della compagnia di se stesso. Non c’e posto per lui, se non davanti alla “sua” tomba dove si reca a deporre una corona di fiori. La commedia pirandelliana è al suo vertice: egli è morto, è il fu Mattia PascaL.

dagli APPUNTI DEL REGISTA

Nel settembre del 1889, poco prima di partire per Bonn, Pirandello si recò alla Biblioteca Lucchesiana di Girgenti. … vidi nella penombra fresca che teneva l’ampio stanzone rettangolare, presso un tavolo polveroso, cinque preti della vicina cattedrale e tre carabinieri dell’attigua caserma in maniche di camicia, tutti intenti a divorare un’insalata di cocomeri e pomidori. Restai ammirato. I commensali stupiti levarono gli occhi dal piano e me li confissero addosso. Evidentemente io ero per loro una bestia rara e insieme molesta. Mi apprestai rispettosamente (perche no?) e domandai del bibliotecario. “Sono io”, mi rispose uno degli otto, con voce afflitta dal boccone non bene inghiottito. “lo vengo a chiederle il permesso di vedere se in questa … (non dissi taverna ma biblioteca) sono dei manoscritti”. “Là giù, là giù, in quello scaffale in fondo”, mi interruppe la stessa voce impolpata di un nuovo boccone, e gli otto bibliotecari si rimisero a mangiare …
Il bibliotecario, sappiamo da altra fonte, era padre Schifano, presso che illetterato. I manoscritti, ridotti a tale da non poterne in alcuni casi più far conto e copia, erano distrutti dall’umidità, dagli scarafaggi e dai topi. Il vescovo Andrea Lucchesi-Palli, dei principi di Campofranco, con atto rogato il 16 ottobre del 1765, aveva donato a Girgenti i suoi diciottomila volumi, disposto l’accesso a “tutti i letterati cittadini e ad ogni altro studioso” e assegnata una rendita alla biblioteca. La rendita svanì, la biblioteca divenne una sorta di “res nullius” e monsignor Lucchesi-Palli, statua di gesso dentro una nicchia lignea della barocca scaffalatura, da oltre due secoli, è lì nella biblioteca, spettatore della rovina.
Quindici anni dopo la Lucchesiana di Girgenti diventerà la biblioteca comunale di Miragno: bibliotecario don Eligio Pellegrinotto, suo aiutante Mattia Pascal.

Note di regia

Mattia Pascal si racconta in un serrato, incalzante, inesausto narrare di sé, ora ironico, ora cinico, ora amaro e ora disarmato, doloroso, senza slittamenti patetici; sempre controllato nel suo vedersi vivere, nel suo confessarsi; solo con sé stesso, come Enrico IV, come tanti altri deserti personaggi che popolano il mondo pirandelliano. Mattia fa due premesse: nella prima presenta il suo caso come assai più strano e diverso da qualsiasi altro. Nel cimitero di libri della biblioteca Boccamazza già aleggiano le note del saggio di Pirandello sull’Umorismo; tutto avviene col ritmo rapido della farsa provinciale pirandelliana, popolata di personaggi e di avvenimenti singolari. I personaggi evocati sono nel ricordo di Pascal, recitano senza vederlo, loro unica preoccupazione è farsi raccontare dal bibliotecario di Miragno che li sferza con ironia, Ii esaspera nel dualismo tra quella che è la vita nuda e quelle che sono le affettuose illusioni con cui ognuno ammanta il proprio pupo. Il loro stare sulla scena è concentrato, ristretto e intenso. Nella seconda premessa Mattia Pascal afferma, con un inatteso salto di qualità, che a sconsigliare di scrivere (non si dovrebbe fare nemmeno per ischerzo) e stata la scoperta eliocentrica di Copernico, uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, che smontò non propriamente la macchina dell’universo ma l’orgogliosa immagine che ce n’eravamo fatta (da l’Umorismo). Inforca un paio di occhiali, prende il nome di Adriano Meis. La sua esi¬stenza assomiglia a quclla dei tanti personaggi di Kafka, Gide, Svevo, Sartre, Beckett, Moravia i quali, di fronte alla totale solitudine e incomunicabilità, sentono angoscia e noia esistenziale. A Roma, la libertà dell’uomo proveniente da Montecarlo si esaurisce nelle intenzioni. Solo la messa in scena del finto suicidio è degna in tutto di Mattia Pascal, sempre pronto alle decisioni improvvise e cieche, a quel desiderio di vita che tortura tutti i personaggi dell’uomo di Girgenti.

La regia ha miscelato tragedia arcaica e comicità farsesca per ottenere un risultato d’insieme che è magma teatralmente stimolante. II protagonista rincorre il suo playback, bara con se stesso; la semantica del ricordo è, anche, nella scenografia che ha incanalato fatti e persone e nelle musiche, scomposte e ricomposte, per accompagnare la storia di un uomo che ha sempre raccontato che la vita è un giuoco, un enimma, una sciarada … Rappresentare un romanzo! Sì, ma intuire, prima, che ogni pagina è la minuta didascalia, tanto cara a Pirandello, di una commedia e accorgersi che la tessitura umoristica, gli elementi riflessivi e irrazionali sconvolgono a pieno la quanta parete per l’avvertimento del contrario.


 

COSÌ È (SE VI PARE)

(personaggi e interpreti)

Lamberto Laudisi
Marcello AMICI

La signora Frola
Nicla DI BIASE

Il signor Ponza, suo genero
Andrea RIZZOLI

La signora Ponza
Manuela BOCCANERA

Il consigliere Agazzi
Marco VINCENZETTI

La signora Amalia, sua moglie
Giusy SPIGHETTI

Dina, loro figlia
Alessandra MAGRINI

La signora Sirelli
Maria Rita VIORA

Il signor Sirelli
Umberto QUADRAROLI

Il signor Prefetto
Pino LORETI

Il commissario Centuri
Alessio ALFANO

La signora Cini
Michela SCROCCA

La signora Nenni
Veronica ATTANASIO

Un cameriere
Marco BALDASSERONI

IL FU MATTIA PASCAL

(personaggi e interpreti)

Io, Mattia Pascal
Marcello AMICI

Anselmo Paleari
Marco VINCENZETTI

Adriana Paleari
Veronica ATTANASIO

Silvia Caporale
Nicla DI BIASE

Terenzio Papiano, il croupier
Andrea RIZZOLI

Oliva, Pepita Pantogada
Manuela BOCCANERA

Romilda Pescatore
Alessandra MAGRINI

La vedova Pescatore
Michela SCROCCA

Batta Malagna
Pino LORETI

Mino Pomino
Luca BARRECA

Pinzone, il capostazione, un passeggero
Marco BALDASSERONI

Il signor Romitelli, Berto Pascal, Don Antonio Pantogada
Alessio ALFANO

Don Eligio Pellegrinotto
Umberto QUADRAROLI