2000

VERSO DAMASCO di August Strindberg
(Teatro Agorà di Roma, 14 marzo – 2 aprile)

ACELDAMA di Marcello Amici
(Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 16 – 20 aprile)

IL GIUOCO DELLE PARTI  di Luigi Pirandello
(Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 18 – 30 luglio)


 

IL GIUOCO DELLE PARTI

di Luigi Pirandello

dal 18 al 30 luglio 2000

BASILICA DEI SANTI BONIFACIO E ALESSIO ALL’AVENTINO
Piazza Sant’Alessio, 23 – Roma

orario 21.15 – ingresso L. 15.000

Un bandoneòn introduce la commedia con accenti nervosi e squillanti. E’ la voce della malinconia. Certi suoi accordi, ostinati e martellati, evocano sonorità lontane nel tempo, emergenti misteriosamente chissà da dove. Quasi risonanze barocche. Le frasi larghe, lente della musica sono intrise di nostalgia, d’un pianto soffocato e d’una arcana magia. Il ritorno insistente al ritmo del tango riafferma l’unico punto di forza, realistico, tra cielo e terra, tra il senso del vivere, dell’amare e del morire.

LA VICENDA
Silia vive separata da Leone Gala che le ha lasciato tutte le libertà, anche quella di avere un amante (Guido Venanzi), ma le ha imposto ogni giorno mezz’ora della sua metodica presenza.
La donna profitta della prima occasione che capita per chiedere al marito di sfidare un noto spadaccino, uno dei quattro nottambuli ubriachi che una sera, entrati in casa per sbaglio, l’hanno offesa.
Leone Gala accetta, permette che Guido Venanzi fissi le condizioni peggiori per il duello, però, nel momento di scendere in campo, rifiuta. A ognuno la sua parte. Egli ha fatto la sua, faccia la propria ora, battendosi, l’amante della moglie.
Il giuoco è fatto!

NOTE DI REGIA
Il giuoco delle parti, commedia limite in ogni senso, delle commedie di Pirandello è la più meccanica e crudele, perché la più nitida e coerente, la meno persuasiva e la più sincera.
La regia si è collocata tra i personaggi e il dramma che urge in loro, ne ha esposto il delirante narcisismo logico, ha scomposto volumi e colori, ha risolto il giuoco tra le maglie di un cubismo e la suggestione delle gelide geometrie di un teorema, ha giustificato la lucidità implacabile dei contenuti con una scenografia torturante. La commedia non è stata datata, né ricostruito un’epoca precisa, anche se i costumi scelti sono l’espressione di anni precisi, ma, per mezzo di una dialettica eccitante, sono stati reinventati nitidezza filologica e rilievo scenico, non solo per tergere l’anacronismo degli episodi della commedia – assunti quali termini, motori e pretesti di una insolita verità dell’assurdo – ma anche per filtrare i personaggi tra le spire di una sottile e stilizzata ironia, senza mai attingere ai colori della tragedia.
Del più violento paradigma teatrale che sia mai stato ideato sul tipico triangolo borghese, apparentemente legato ad un episodio di costume com’è il duello, non sono sfuggite né la molla che scatena il dramma, né quella sorda, repressa, esistenziale passione. I personaggi, come marionette incomunicabili, monadi leibnziane che non raggiungono la perfezione del giuoco, nel finale lasciano tracce di una realtà setacciata da una demiurgica sapienza.
Tempi, luci, musiche, scenografia mostrano senza forzature prospettiche il luogo claustrofobico che si apre all’inizio con un raggio di luna, per dilatarsi poi nella stanza, assunta come metaforica spirale dalle pareti levigate, impenetrabili, luogo emblematico e focale di tutto il teatro pirandelliano.

Bianco e nero! Silia ha la statura di una Medea, non un’altra donna l’ha messa in scacco, ma il lucido ragionare del marito; evasionista e cupo il suo mondo dalle inquietudini floreali. Una creatura incapace di consistere, disancorata, che sembra avere le malinconie di certe donne di Klimt e una panica sensualità. Un marchesino e tre signori ubriachi che non entrano in scena sono voci di dentro come ansie oniriche.
Bianco e freddo, elegante e luciferino, logico e viola il mondo di Leone Gala che risolve di testa tutti i problemi e frantuma l’involucro del realismo per giungere al pernio della realtà. La regia ha percorso la stessa strada e vi ha trovato un piccolo borghese tutto murato dentro la propria maschera che non ha potuto affrancarsi dalla sofferenza di vedersi escluso. La storia non si conclude nella vicenda per la tristezza dell’aver capito il giuoco, ma dentro la voragine dell’astrazione, il rovello della ragione e l’ansia della verità. L’ostentato futurismo della scena, espressione visiva di tragicità pura, antitesi tra mondo interno e mondo esteriore, tragico conflitto tra la vita come movimento e la realtà dagli schemi immutabili, insinua il sottile veleno del paradosso. Il contrasto tra Silia e Leone ha la dimensione di una inconciliabile contrapposizione tra la vita e la rappresentazione analitica di essa. E’ un’algebra per conoscitori del teatro nel teatro.
Nel dipanare la vicenda, la regia non ha mai dimenticato che Pirandello è l’autore del più acuto saggio su L’umorismo!
Non si è tentato di occultare quanto di meccanico, di volutamente finto c’è nel testo rigidamente orientato verso la tesi. L’ingranaggio della commedia viene esposto in tutta la sua evidenza metaforica, l’asciutto contenitore mentale è reso visibile con effetti di magico realismo che oscilla tra Kafka e Bunel. Non si è distrutta la forma, ma scoperta una seconda realtà, un espressionismo di cui si parla solo per negazioni: un bandoneòn lontano, una luce come una fessura da uno strappo nel cielo di carta sulla maschera della luna e, nel finale, un pizzico di viola ritagliato nelle ultime note di una improbabile Cavalleria.

… ma ti compensa un godimento meraviglioso: il giuoco appunto dell’intelletto che ti chiarifica tutto il torbido dei sentimenti, che ti fissa in linee placide e precise tutto ciò che ti si muove dentro tumultuosamente. Capirai, però, che sarebbe molto pericoloso il godimento di questo lucido e tranquillo vuoto che ti fai dentro, perché, tra l’altro, rischierebbe di farti andare come un pallone su tra le nuvole, se tu non ti mettessi anche dentro, con arte e con perfetta misura, una necessaria zavorra …


 

COSÌ LA CRITICA TEATRALE PER LE PRECEDENTI MESSINSCENA DEL “GIUOCO”

– Marcello Amici ha reinventato il gioco delle parti (Corriere Adriatico)

– Marcello Amici, decima regia pirandelliana: Bravo! (Voce del Sud)

– Cinismo e fragilità, contrasto pirandelliano (Il Gazzettino)

– Pirandello in bianco e nero (Corriere della Sera)

– Ottimo allestimento (Il Tempo)

– Moderno come una commedia nuova (Il Giornale d’Italia)

– Il bianco, il nero e un pizzico di viola (La Repubblica)