1999

IL FU MATTIA PASCAL – ENRICO IV – I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello
(PIRANDELLIANA, Roma – Cortile della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, 4 – 12 settembre
 

 

 

IL FU MATTIA PASCAL

La storia

La vita, o si vive o si scrive, confidò Pirandello a Ugo Ojetti in una lettera del 1921. Ed a quanto fa Mattia Pascal, ormai avanti negli anni, in un racconto ironico in prima persona della sua bislacca avventura della vita. Lo fa nella penosa situazione socialmente anormale, assurda di morto-vivo.

Mattia Pascal e un modesto impiegato; è diventato un guardiano di libri nella biblioteca comunale di Miragno, un paesino della provincia ligure. Vive una vita grama e soffocata, rattristata dai continui litigi con la suocera Marianna Dondi (vedova Pescatore) e la moglie Romilda. Avvilito e sfiduciato, un giorno Mattia Pascal abbandona la famiglia con l’intenzione di imbarcarsi per l’America, cosi, alla ventura. E’ la ribellione di un vinto. Capita per caso a Montecarlo, gioca al casinò e vince una grossa somma: ottantaduemilalire! Leggendo un giornale apprende che al suo paese e stato trovato il cadavere di un uomo annegato in un fosso e si è creduto di riconoscere in quel povero corpo proprio lui, Mattia Pascal. Se gli altri lo hanno creduto morto, nulla gli vieta di considerarsi tale. Cambia il proprio nome in quello di Adriano Meis, si nasconde dietro un paio di occhiali azzurrini, viaggia, si trasferisce a Roma, si innamora di un’umile ragazza. La moltiplicazione delle verità, l’irrealizzabile libertà, amaramente, gli fanno capire, però, che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi, non è possibile vivere. Finge un suicidio per rompere anche con quella vita trascorsa nella finzione. Torna a Miragno e s’ accorge che tutti, nella certezza della sua scomparsa, hanno continuato a vivere; la moglie, addirittura, si è risposata e ha avuto una figlia dal secondo marito. Mattia Pascal è un escluso, deve restare ombra di se stesso. È stato condannato a una terribile pena: quella della compagnia di se stesso. Non c’e posto per lui, se non davanti alla “sua” tomba dove si reca a deporre una corona di fiori. La commedia pirandelliana è al suo vertice: egli è morto, è il fu Mattia Pascal.

Dalle note di regia

Mattia Pascal si racconta in un serrato, incalzante, inesausto narrare di sé, ora ironico, ora cinico, ora amaro e ora disarmato, doloroso, senza slittamenti patetici; sempre controllato nel suo vedersi vivere, nel suo confessarsi; solo con sé stesso, come Enrico IV, come tanti altri deserti personaggi che popolano il mondo pirandelliano. Mattia fa due premesse: nella prima presenta il suo caso come assai più strano e diverso da qualsiasi altro. Nel cimitero di libri della biblioteca Boccamazza già aleggiano le note del saggio di Pirandello sull’Umorismo; tutto avviene col ritmo rapido della farsa provinciale pirandelliana, popolata di personaggi e di avvenimenti singolari. I personaggi evocati sono nel ricordo di Pascal, recitano senza vederlo, loro unica preoccupazione è farsi raccontare dal bibliotecario di Miragno che li sferza con ironia, Ii esaspera nel dualismo tra quella che è la vita nuda e quelle che sono le affettuose illusioni con cui ognuno ammanta il proprio pupo. Il loro stare sulla scena è concentrato, ristretto e intenso. Nella seconda premessa Mattia Pascal afferma, con un inatteso salto di qualità, che a sconsigliare di scrivere (non si dovrebbe fare nemmeno per ischerzo) e stata la scoperta eliocentrica di Copernico, uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, che smontò non propriamente la macchina dell’universo ma l’orgogliosa immagine che ce n’eravamo fatta (da l’Umorismo). Inforca un paio di occhiali, prende il nome di Adriano Meis. La sua esistenza assomiglia a quella dei tanti personaggi di Kafka, Gide, Svevo, Sartre, Beckett, Moravia i quali, di fronte alla totale solitudine e incomunicabilità, sentono angoscia e noia esistenziale. A Roma, la libertà dell’uomo proveniente da Montecarlo si esaurisce nelle intenzioni. Solo la messa in scena del finto suicidio è degna in tutto di Mattia Pascal, sempre pronto alle decisioni improvvise e cieche, a quel desiderio di vita che tortura tutti i personaggi dell’uomo di Girgenti.

La regia ha miscelato tragedia arcaica e comicità farsesca per ottenere un risultato d’insieme che è magma teatralmente stimolante. II protagonista rincorre il suo playback, bara con se stesso; la semantica del ricordo è, anche, nella scenografia che ha incanalato fatti e persone e nelle musiche, scomposte e ricomposte, per accompagnare la storia di un uomo che ha sempre raccontato che la vita è un giuoco, un enimma, una sciarada …Rappresentare un romanzo! Sì, ma intuire, prima, che ogni pagina è la minuta didascalia, tanto cara a Pirandello, di una commedia e accorgersi che la tessitura umoristica, gli elementi riflessivi e irrazionali sconvolgono a pieno la quanta parete per l’avvertimento del contrario.

Dagli appunti del regista

Nel settembre del 1889, poco prima di partire per Bonn, Pirandello si recò alla Biblioteca Lucchesiana di Girgenti. … vidi nella penombra fresca che teneva l’ampio stanzone rettangolare, presso un tavolo polveroso, cinque preti della vicina cattedrale e tre carabinieri dell’attigua caserma in maniche di camicia, tutti intenti a divorare un’insalata di cocomeri e pomidori. Restai ammirato. I commensali stupiti levarono gli occhi dal piano e me li confissero addosso. Evidentemente io ero per loro una bestia rara e insieme molesta. Mi apprestai rispettosamente (perche no?) e domandai del bibliotecario. “Sono io”, mi rispose uno degli otto, con voce afflitta dal boccone non bene inghiottito. “lo vengo a chiederle il permesso di vedere se in questa … (non dissi taverna ma biblioteca) sono dei manoscritti”. “Là giù, là giù, in quello scaffale in fondo”, mi interruppe la stessa voce impolpata di un nuovo boccone, e gli otto bibliotecari si rimisero a mangiare …

Il bibliotecario, sappiamo da altra fonte, era padre Schifano, presso che illetterato. I manoscritti, ridotti a tale da non poterne in alcuni casi più far conto e copia, erano distrutti dall’umidità, dagli scarafaggi e dai topi. Il vescovo Andrea Lucchesi-Palli, dei principi di Campofranco, con atto rogato il 16 ottobre del 1765, aveva donato a Girgenti i suoi diciottomila volumi, disposto l’accesso a “tutti i letterati cittadini e ad ogni altro studioso” e assegnata una rendita alla biblioteca. La rendita svanì, la biblioteca divenne una sorta di “res nullius” e monsignor Lucchesi-Palli, statua di gesso dentro una nicchia lignea della barocca scaffalatura, da oltre due secoli, è lì nella biblioteca, spettatore della rovina.

Quindici anni dopo la Lucchesiana di Girgenti diventerà la biblioteca comunale di Miragno: bibliotecario don Eligio Pellegrinotto, suo aiutante Mattia Pascal.


 

ENRICO IV

La storia

da una lettera di Pirandello a Ruggero Ruggeri

Roma, 21 settembre 1921

Caro Amico,
Le dissi a Roma l’ultima volta che pensavo a qualche cosa per Lei. Ho seguitato a pensarci e ho maturate alla fine la commedia, che mi pare tra le mie più originali: ENRICO IV. Le accennerò in breve di che si tratta.
Antefatto: – Circa venti anni addietro alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume”. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV. II giorno della cavalcata cadde da cavallo, battè la testa e quando si riebbe restò fissato nel personaggio di Enrico IV. Sono passati vent’anni. Ora vive – Enrico IV – in una sua villa solitaria: tranquillo pazzo. Ma il tempo per lui (per la sua maschera, che è la sua stessa persona) non e più passato ai suoi occhi e nel suo sentimento: s’è fissato con lui, il tempo. Egli, già vecchio, è sempre il giovane Enrico IV della cavalcata.
Un bel giorno si presenta nella villa … un medico alienista. C’è,forse un mezzo per guarire quel demente: ridargli con un trucco violento “la sensazione della distanza del tempo”. La tragedia comincia adesso, avvengono cose veramente imprevedibili, se Ella pensa che colui che tutti credono pazzo, in realtà da anni non e più pazzo ma simula filosoficamente la pazzia per ridersi entro di sé degli altri che lo credono pazzo e se Ella pensa che poi, quando a insaputa di lui, e messo in opera il trucco del medico alienista, egli crede di esser pazzo davvero … si vendica in un modo che – sì, via, questo davvero, per lasciarLe qualche sorpresa, non glielo dirò … Ma prima di mettermi al lavoro, vorrei che Ella me ne dicesse qualche cosa, se lo approva e Le piace.

                                                                                                                                                       Suo affmo

Dagli appunti del regista

(dalla lettera di Pirandello alla figlia Lietta)

Roma, 7 marzo 1922

… L’Enrico IV ha avuto un trionfo, un vero trionfo. Ruggeri ne ha fatto una magnifica interpretazione, e il lavoro s’è ripetuto per tutte le sere che la Compagnia è rimasta a Milano, con strabocchevole concorso di pubblico entusiasta. E’ stato il maggior successo che io abbia avuto finora: tutti i giornali quotidiani … riportarono su due colonne l’eco dell’avvenimento. Ti ho spedito da Milano stesso l’articolo di Renato Simoni …

(dal “Corriere della sera” del 22 febbraio 1922)

… Era in tutti gli spettatori la coscienza che assistevano a un’opera che si poteva amare o non amare, ma che, comunque, aveva un valore insolito, una chiusa potenza, talora solo balenante, spesso chiarentesi con un’originalità audace e pur terribilmente ragionevole. Cosi all’attenzione profonda e silenziosa succedettero, alla fine degli atti, grandi e ripetuti scrosci d’applausi. Cinque chiamate dopo il primo atto, cinque dopo il secondo, sei dopo il terzo. E I’autore si dovette presentare alla ribalta tra i suoi mirabili interpreti … (Renato Simoni)


 

I GIGANTI DELLA MONTAGNA

La storia

Nella villa della Scalogna, solitaria in una valle deserta, vivono il mago Cotrone e i suoi “Scalognati”, gente strana che guarda la realtà con occhi trasognati. Sono venuti nella valle per vedersi vivere quali credono di essere. Campano di fantasia e di poesia.

Giungono un giorno alla villa Ilse Paulsen, un’attrice, il marito di lei e pochi compagni. Sono i superstiti di una compagnia teatrale, diseredata dopo aver tentato invano di rappresentare dramma La favola del figlio cambiato. L’opera e stata scritta da un giovane poeta innamorato di Ilse che si è ucciso perché respinto dall’attrice. Cotrone invita gli attori a fermarsi alla Scalogna, nel regno della poesia, dove i sogni dell’arte si realizzano. Ma Ilse Paulsen, la Contessa, vuole proseguire la sua missione per portare altrove quella tragedia che è diventata per lei tormento e vita. Termina qui la stesura della commedia concepita “incompiuta” / giganti della montagna … è il 10 dicembre 1936: Pirandello muore!

Ilse, dietro consiglio di Cotrone, sarebbe andata fra i giganti della montagna, gente rude, tutt’intenta a opere colossali per migliorare il bene materiale degli uomini. Ma quei giganti, riuniti in banchetto, non avrebbero voluto sentir parlare di poesia, avrebbero respinto i comici, mentre i loro servi uccidevano Ilse.

Cosi, nell’ultima notte di agonia, Pirandello raccontò al figlio Stefano come si sarebbe conclusa la commedia.

a Marta Abba

Teatro Sociale
(Italia) Brescia

Berlino, 30.V.1930

Marta mia,

“I Giganti della Montagna” sono il trionfo della poesia! il trionfo della Poesia, ma insieme anche tragedia della Poesia in mezzo a questo brutale mondo moderno. Vedrai! E’ il mio autentico capolavoro.

Pensa sempre, sempre a tutto il bene che Ti vuole

                                                                                                                             il tuo Maestro…

Dalle note di regia

… In un dramma come I Giganti, che già dalle primissime battute è all’estremo della concitazione, si può giungere a eccessi di tono, come una musica che non sa più ridiscendere da certi acuti strazianti. Se scaldata, la materia de I Giganti può perdere ogni riconoscibile segno, può diventare inarticolata come un grido o come una luce. La regia, dentro un “tempo” di recitazione cosi convulso, è stata motto attenta nel ricercare ogni minima accentuazione interna per non coinvolgere tutto nella furia verbale o in una sorta di intellettuale esasperazione; ha creato sulla scena con luci e musiche una tensione prodigiosa dove tutti sono in attesa di chissà quale miracolo.

Gli attori recitano con due tempi diversi il mondo dei fantasmi e quello rarefatto del palcoscenico. Ma chi sono i personaggi? La risposta è stata curata con molta attenzione: artisti dell’esistenza, professionisti della fantasia, gli attori che giungono sulla scena ricalcando l’arrivo dei Sei personaggi; gente fantastica, favolosa gli Scalognati che non si identificano con il teatro e i suoi trucchi illusori. In verità, i due gruppi, quello degli attori e quello degli Scalognati, sono fatti per intendersi. Realizzatori di fantasmi i primi, creatori di fantasmi i secondi; è l’eterno confronto tra platea e palcoscenico, tra materia e spirito. Cotrone lo sa bene, ecco perché maneggia con abilità, come Prospero ne La tempesta, … la stoffa di cui sono fatti  i sogni.

… La sala delle apparizioni: scricchiolio di cose immobili che al contatto dell’uomo si vivificano in una assurda apparenza. L’intera allegoria diventa per la regia una realtà immaginaria e un reale illusorio, un grande abbozzo metafisico, una polvere d’oro che si solleva dallo stupefacente ingegno di Pirandello che, non per niente, fa parlare gli angeli. Quando, sul fragore della cavalcata dei Giganti che scendono a valle, Ia tensione del mito raggiunge il massimo della sua iridescente angoscia e quando Ia realtà dei Giganti diventa paura, la regia fulmineamente le esclude e le vince con una fervida intuizione.

Dagli appunti del regista

Il teatro e l’altra metà della vita:

… poiché la vita e tanto breve, sogniamo, anima mia, sogniamo un’altra volta … Non destarmi s’io dormo … Mio maestro fu un sogno, e sto ancora in ansia pel timore di svegliarmi …

P. Calderon de la Barca, La vita è sogno

… guardiamo al sogno, come se fosse una rappresentazione teatrale …

J. Hilman, Il sogno e il mondo infero

… i fantasmi ne I Giganti non sono vaghi spettri, bensì nitide “enormità mitologiche” sognate della notte. E’ Cotrone a dirlo: … Le cose che ci stanno attorno parlano e hanno senso soltanto nell’arbitrario in cui per disperazione ci viene di cangiarle. Disperazione a modo nostro, badiamo! Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire? mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra esistenza. Non si può campare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste: Respiriamo aria .favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci, risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d’ombra, creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola. Sordità d’ombra non possiamo soffrirne. Le figure non sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi … e i sogni, a nostra insaputa, vivono fuori di noi, per come ci riesce di farli, incoerenti. Ci vogliono i poeti per dar coerenza ai sogni … Sempre, con la luna, tutto comincia a farsi di sogno sulla terra, come se la vita se  n’andasse e ne rimanesse una larva malinconica nel ricordo. Escono allora i sogni …